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Questo articolo è tratto dal blog Giap ed intitolato “Perchè <<tifiamo rivolta>> nel Movimento 5 Stelle” , come risposta ai vari commenti -poco opportuni- dei lettori fatti ad un altro articolo, sempre scritto da Wu Ming, chiamato “Il Movimento 5 Stelle ha difeso il sistema” e pubblicato dal magazine Internazionale.

E’ importante sottilineare che questo articolo mette a disposizione una lunga, estesa e -(quasi) esauriente analisi sull’ambiguità del “grillismo”,  inteso come struttura organizzativa e comunicativa.

La lettura è consigliata soprattutto a coloro che ritengo far parte di una sinistra sociale, fatta di movimenti ed extraistituzionale.Ma decisamente consigliata anche a chiunque voglia far maggior luce sul movimento ed aver una maggiore chiarezza su ciò che sta accadendo in Italia.

Perchè tifiamo rivolta nel Movimento 5 Stelledi Wu Ming

Mettetevi comodi, vi raccontiamo una storia.
Due giorni fa, durante il pomeriggio dello spoglio elettorale, la rivista Internazionale ci ha chiesto uno o più brevi testi da inserire nel «flusso» della sua diretta web dedicata al voto.
– Volentieri!
– Grazie!
Abbiamo scritto un rapido, sintetico intervento intitolato «Il Movimento 5 Stelle ha difeso il sistema», dove ricapitolavamo e ribadivamo posizioni che i lettori di questo blog conoscono bene. Posizioni che si sono sempre più definite nell’ultimo anno e mezzo, discutendo animatamente con molte persone – compresi gli attivisti del M5S capitati qui sopra – e/o commentando il libro di Giuliano Santoro Un Grillo qualunque. Il Movimento 5 Stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani (Castelvecchi, 2012).

– Alt, mozione d’ordine!
– «Mozione d’ordine»?!
Sì, perché prima di proseguire, è meglio ricordare i post dove si è discusso (non solo, ma prevalentemente) del fenomeno Grillo/«grillismo»/M5S.

Appunti diseguali sulla frase «Né destra né sinistra»
(2 gennaio 2012)

Un Grillo qualunque. Wu Ming 2 intervista Giuliano Santoro
(8 novembre 2012)

Un Grillo qualunque. Audio completo della presentazione bolognese
(6 dicembre 2012)

Consigli per riconoscere la destra sotto qualunque maschera
(20 febbraio 2013)

Intendiamoci, è sempre poca roba rispetto alla mole dei commenti in cui, nel corso degli anni, abbiamo eviscerato la pochezza e l’abiezione del «centrosinistra» (qualcuno ancora ricorda quando definimmo il PD «fossa di scolo di ogni vergogna»), comunque sono quattro post belli densi, che hanno scatenato dibattiti pieni di esempi, link, precedenti storici, casi di studio, testimonianze etc.

1. «Sì, ma voi chi cazzo siete?»

Giusto, è necessario un chiarimento per chi non ci conosce e magari viene su Giap oggi per la prima volta. Dove siamo «situati», noialtri? Da dove scriviamo e prendiamo posizione?
Noi – semplificando per essere chiari e diretti – siamo di sinistra, apparteniamo da sempre a una sinistra sociale diffusa, una sinistra «dei movimenti», tendenzialmente extraistituzionale.
Come ha scritto Antonio Caronia, mentre il più delle volte la destra presenta il proprio racconto del mondo come giusto in quanto «neutro», rappresentativo di una totalità indifferenziata (che sia la nazione o altro) al di sopra degli interessi e delle fazioni, la sinistra (e più radicale è, più chiaramente lo fa) rivendica il suo approccio partigiano, lo dichiara, a volte in modo discreto, a volte più orgoglioso ed esibito, ma quasi sempre (lasciatemelo dire) onesto. La sinistra dice «non esiste un punto di vista neutro, oggettivo, equidistante, disinteressato, universale – neanche nelle questioni della cultura e dell’arte. Chi parla lo fa sempre da un luogo preciso, da un corpo preciso, da un nodo della storia, da un insieme di interessi di cui è portatore, dall’interno di una classe sociale, di un sesso o di un genere. Il discorso è sempre un discorso storicamente e socialmente determinato. E sta all’analisi critica smascherare il falso universalismo di cui – a volte – i discorsi si ammantano e si travestono, per portare sotto gli occhi di tutti “di che lacrime grondi e di che sangue” anche la più innocente apologia dell’esistente.»

Non potremmo essere più d’accordo, è la stessa distinzione destra-sinistra da cui partiamo noi, pari pari. Il discrimine è proprio il falso universalismo. Qualche giorno fa abbiamo anche ricapitolato come la pensiamo su questo in 8 punti numerati (come mai otto? Beh, perché ne sono venuti fuori otto). Li riproponiamo qui sotto, a fine post.

Ecco, noi scriviamo da un nodo della storia preciso. Abbiamo preso parte, e tuttora prendiamo parte, a lotte per gli spazi sociali; abbiamo scarpinato contro diverse guerre imperialistiche, dalla prima guerra nel Golfo in avanti; da precari abbiamo lottato sui nostri luoghi di lavoro; ci siamo battuti contro il razzismo e per i diritti dei migranti, contro i CPT / CIE, anche partecipando ad azioni dirette; abbiamo fatto cortei contro privatizzazioni e tagli al welfare; abbiamo manifestato a Praga nel 2000 contro il Fondo Monetario Internazionale, a Québec nel 2001 contro l’approvazione dell’ALCA, e un mese dopo abbiamo partecipato alla «Marcia della dignità» zapatista dal Chiapas a Città del Messico. Al G8 di Genova eravamo dietro la prima fila di scudi quand’è partita la carica di via Tolemaide.
Soprattutto, da anni cerchiamo di portare avanti una battaglia culturale contro le narrazioni del potere capitalistico. Lo facciamo coi nostri libri, nei numerosi incontri coi lettori,  e gestendo questo blog che prima era una newsletter. Ci siamo sucati sconfitte, scazzi, frustrazioni e manganellate, ma abbiamo anche fatto più volte l’esperienza di sentirci in fusione con la comunità estesa e informale di un movimento che monta.

La nostra critica alle ambiguità del «grillismo» (inteso come struttura organizzativa e comunicativa, e soprattutto come orizzonte di discorso), alla sua natura di movimento «diversivo», è situata in tutto questo. E’ figlia di una lunga prassi, e di un approccio onestamente partigiano.

2. Con chi non ce l’abbiamo

Siamo convinti che il grillismo sia fondamentalmente un’ideologia e un racconto del mondo di destra, proprio nel senso che dicevamo sopra. I motivi per cui ne siamo convinti, e gli esempi che abbiamo fatto, sono tanti. Per noi il discorso di Grillo/Casaleggio è un mix di vari populismi e miti interclassisti, con fortissimi elementi di liberismo e addirittura di ideologia da destra «anarcocapitalista» statunitense (non a caso un esponente di punta del M5S, Vittorio Bertola, proprio qui su Giap ha dichiarato: «Mi piace Ron Paul»). Su alcune tematiche, come quella dell’immigrazione, tanto dal blog di Grillo quanto da certi meandri del suo moVimento sono partiti enunciati addirittura criptofascisti. Chi vuole potrà approfondire seguendo i link sopra.

Il fatto che il programma del M5S elenchi molti punti che sollecitano provvedimenti normalmente considerati «di sinistra» non solo non inficia le nostre conclusioni, ma è stato una delle premesse del dibattito. Anche le considerazioni specifiche sul programma le trovate nelle discussioni di cui sopra.

Il paradosso è che il M5S ha molti attivisti e moltissimi elettori (andando a spanne in base alle percentuali dei sondaggi, non meno di tre milioni) che vengono da sinistra e tuttora si considerano di sinistra.
Abbiamo più volte detto di capire queste persone, abbiamo dichiarato che se vedono in quel movimento un’alternativa da provare «la colpa di questo è delle sinistre, che fanno di tutto per risultare invotabili».
Anche nell’ormai famigerato pezzo pubblicato sul sito di Internazionale abbiamo scritto che milioni di persone hanno votato M5S come extrema ratio perché (rimarchiamo l’avverbio usando il corsivo) «giustamente hanno trovato disgustose o comunque irricevibili le altre offerte politiche».
Le alternative «a sinistra» (e nel caso del PD si fa davvero per dire…) sono state giudicate odiose oppure irrilevanti. Per citare un nostro tweet dell’altro giorno, «il centrosinistra è il nulla coalizzato per gestire nel grigiore un presente intollerabile. Così è stato percepito, così è stato trattato».
Ergo, non è con chi ha votato M5S che ce l’abbiamo.
Non ce l’abbiamo nemmeno con la maggioranza degli attivisti: fin dalla primissima discussione sull’argomento, ci siamo auspicati che le energie convogliate dal dispositivo grillino sfuggissero a quella «cattura» e si verificassero spaccature liberanti. E’ tutto nero su bianco (non proprio: su Giap il font è di colore blu scuro).

3. Perché l’Italia non ha avuto movimenti come Occupy o il «15 de Mayo» spagnolo?

Nel pezzo per Internazionale abbiamo ribadito quanto appena detto, in forma il più possibile contratta perché ci era stato richiesto un intervento breve.
Tuttavia, il focus dell’articolo era più specifico, stava in una constatazione fatta più volte da noi e, soprattutto, da Giuliano Santoro nel suo libro, ovvero: il grillismo ha occupato con un discorso diversivo (contro la «Kasta» invece che contro le politiche liberiste, contro la disonestà degli amministratori anziché contro le basi strutturali di un sistema che mostra la corda in tutto l’occidente, per l’efficientismo «meritocratico» etc.) lo spazio che in altri paesi europei è occupato da movimenti nitidamente anti-austerity, quando non esplicitamente anticapitalistici.

Santoro scrive un’altra cosa interessante correlata a questo: nel discorso grillino gli altri movimenti non esistono. Quando il M5s partecipa a una lotta avviata da altri, Grillo tende a descrivere quella lotta come se fosse patrimonio esclusivo cinque stelle, e la sua descrizione diviene ben presto quella di prammatica: Noi abbiamo usato i nostri corpi per fermare il TAV, noi abbiamo fermato il ponte sullo Stretto, noi abbiamo vinto i referendum per l’acqua etc. In qusto modo, negli anni, Grillo ha «messo il cappello» o provato a mettere il cappello su quasi tutte le mobilitazioni e rivendicazioni dei movimenti sociali in Italia. Ma qui ci dilungheremmo troppo, leggete il libro.

Su Giap ci siamo più volte chiesti perché in Italia non siano nati movimenti radicali e dritti-al-punto come quelli che negli ultimi tre anni si sono manifestati in Grecia, in Spagna, sull’altra sponda del Mediterraneo, negli Stati Uniti, in Francia contro la riforma delle pensioni e, negli ultimi mesi, persino nella piccola Slovenia.

Uno dei motivi principali, sui quali abbiamo più volte insistito, è, per quanto possa sembrare strano di primo acchito, l’antiberlusconismo, ovvero l’interpretazione destoricizzata (e quindi «berluscocentrica») dello sfascio italiano.
A partire dal ’94 quest’interpretazione si è diffusa a macchia d’olio nella sinistra, facendo scambiare l’effetto (l’avvento di Berlusconi) per le cause, che invece risiedono nella sconfitta dei movimenti di emancipazione degli anni ’60-’70, con conseguente toga party reazionario, vero e proprio festival trentennale di controriforme, privatizzazioni, concentrazioni di potere, corruzione, riduzione dei partiti a cosche mafiose etc. Berlusconi è figlio di quella temperie. Di più: è l’antropomorfosi degli anni Ottanta, guardi lui e vedi gli anni Ottanta. Ma non te ne accorgi, perché credi che dei mali d’Italia abbia colpa principalmente lui.

Berlusconi non è una causa, ma una conseguenza. Aver concentrato tutta l’attenzione su di lui e sulle sue malefatte ha disarmato concettualmente la sinistra e i movimenti, impedendo di aggredire i nodi di fondo che generano i Berlusconi. Questo ha causato gravi danni, oltre ad aver regalato una «luna di miele» al governo Monti, per il solo fatto che a Palazzo Chigi non c’era più Lui.
Intendiamoci: non che la sinistra «ufficiale» avesse granché bisogno di essere disarmata; si stava già disarmando da sola, in un lungo processo di capitolazione culturale – diremmo addirittura antropologica – iniziato già negli anni Settanta.

Abbiamo anche indicato altre possibili cause. Una di quelle «di breve corso», cioè recenti, è proprio la comparsa del Movimento 5 Stelle.
Il Movimento 5 Stelle che ha inquadrato le energie potenziali in una cornice di discorso che riteniamo ambigua e fondamentalmente di destra, oltreché dentro un’organizzazione settario-aziendale sulla quale si è appena iniziato a fare inchiesta.
Come abbiamo scritto su Internazionale, il grillismo non è la causa principale dell’assenza di movimenti radicali, ma crediamo abbia un certo rilievo. Come minimo, è una conseguenza che retroagisce pesantemente sulle cause, aggravandole.

Non solo: la «cattura» grillina ha retroagito su una condizione di debolezza, marginalità e riflusso del movimento altermondialista (quello frettolosamente etichettato «no global»), che a partire dal 2002-2003 aveva subito tutti i possibili contraccolpi e «aftershock» della batosta genovese. Il M5S, appropriandosi di parte dei discorsi altermondialisti e proponendoli in un’altra chiave, ha dato il colpo di grazia a quell’ambito già sfiancato e deperito.

4. «Occupy? Acampadas? Ma di che andate blaterando?»

Terminata la diretta web, Internazionale ha ripubblicato il nostro testo come articolo sul suo sito. Apriti cielo! In calce, scariche di insulti, basta con gli intellettuali, siete finiti, andate a lavorare, la sinistra è morta, mi avete deluso, siete servi etc.
Questi commenti, il cui flusso continua anche mentre scriviamo, vanno presi in esame, perché sono molto interessanti, a partire da come viene interpretato il titolo: molti pensano che secondo noi il M5S abbia difeso il sistema l’altro ieri (il giorno delle elezioni) e dicono: è troppo presto per parlare.
Solo che il nostro è uno sguardo retrospettivo, su una fase che con le elezioni dell’altro giorno è terminata. E’ almeno dal primo VDay che il grillismo funziona da apparato di cattura delle istanze degli altri movimenti. Ora, come abbiamo scritto, inizia una fase nuova e piena di incognite.

Un’altra osservazione che viene da fare è che quei commenti non sembrano affatto scritti da lettori di Internazionale, nonostante molte comincino con frasi sulla falsariga: «Che delusione voi di Internazionale, ho sempre apprezzato etc. etc. ma con questo articolo scritto da idioti etc. etc.»

Se ci si dà la pena di leggerli tutti, si capisce che si tratta in larga parte dello stesso commento, della stessa argomentazione ripetuta in serie con poche variazioni, quasi si fosse compilato un modulo (non diciamo che sia accaduto questo, diciamo che l’effetto è quello), da parte di persone che con tutta evidenza non sanno niente dei movimenti europei e americani che abbiamo citato.
Quel che è accaduto e accade in Spagna è sistematicamente ridotto a violenza di strada e… vetrine rotte. Niente dimensione di massa delle acampadas, niente comitati popolari contro i pignoramenti di case, niente sperimentazione di controsocietà e democrazia diretta (radicalmente praticata, non soltanto evocata in modo feticistico), niente organizzazione dal basso di scioperi generali, niente.
Idem per la Grecia: niente fabbriche gestite dai lavoratori etc. Diversi fanno tutto un fascio tra movimento antiausterity greco e neonazisti, forse perché Grillo, loro unica fonte, ha più volte nominato Alba dorata ma non ha mai parlato di Syriza o degli anarchici.
Anche la conoscenza di #Occupy è pari a zero.
Sono cose che noi abbiamo dato per scontate per due motivi:
1) perchè il nostro era un intervento estemporaneo dentro una diretta elettorale via web;
2) perché Internazionale negli ultimi due anni ha pubblicato diversi articoli di approfondimento su quelle lotte.
Ma quei commentatori non ne sanno nulla. L’immagine che hanno in testa è tutta nostrana, è Roma il 15 ottobre 2011, che probabilmente conoscono solo tramite le narrazioni delatorie che giravano su Facebook nei giorni successivi.

Il pattern/pateracchiern è questo:

«Questi intellettuali radical-chic con la penna in mano e il culo sulla sedia hanno rotto il cazzo, con i loro centri sociali e la loro sinistra che ormai è morta e il loro amico Scalfari [?]. Invece di un grande movimento che arriva in parlamento e cambia la democrazia, preferivano qualche vetrina rotta e i nazisti come in Grecia?? . Questi vogliono una qualche poltrona [?] ma è finita per quelli come loro, ci vuole lo psichiatra» etc. etc.

5. Sull’espressione di destra «intellettuali radical-chic»

Lasciamo perdere le origini del termine «radical-chic», inventato dallo scrittore conservatore Tom Wolfe per irridere gli artisti di sinistra – su tutti Leonard Bernstein – che raccoglievano fondi per le spese processuali delle Pantere Nere. Oggi «intellettuali radical-chic» è l’espressione stereotipata per dire che chiunque svolga un ragionamento complesso non fa parte del «Popolo», fa perdere tempo prezioso al «Popolo», annoia il «Popolo», perché il «Popolo» – per definizione – «non capisce le vostre seghe mentali!»

Il sottotesto è che un intellettuale possa solo essere un benestante staccato dal mondo. Che figli di proletari abbiano sviluppato la passione per la cultura e lo spirito critico grazie agli sforzi delle loro famiglie e poi abbiano lavorato per pagarsi gli studi non è uno scenario contemplato, come non è contemplato che un intellettuale possa essere un precario. Questo dopo vent’anni di discorsi sul «cognitariato» fatti anche da pensatori di movimento che oggi votano Grillo. Discorsi che evidentemente hanno lasciato il tempo che avevano trovato, e sono stati messi in soffitta.

Questi elementi di complessità non possono essere introdotti, perché incompatibili con la narrazione del Popolo «uno e indivisibile» che rappresenta in blocco la «società onesta» e si oppone ai «politici», alla «casta», ai «ladri» (che evidentemente non fanno parte del Popolo, chissà da dove sbucano!).
Perché questa narrazione rimanga in piedi, ogni nemico dev’essere esterno all’immagine di popolo che il movimento diversivo propaganda.
Ergo: niente contraddizioni di classe, niente interessi contrapposti, niente scontri dentro il Popolo.
Ergo, chiunque esprima una critica minimamente articolata è un «intellettuale radical-chic».

Ancora: nonostante nell’articolo si dicesse esplicitamente che il M5S non è la causa principale dell’assenza di movimenti radicali (ma, essendo quello l’argomento, di quello avremmo parlato); che chi lo ha votato lo ha fatto come extrema ratio perché ha riconosciuto le altre proposte come orribili e, infine, che noi «tifiamo rivolta» dentro il M5S (cioè ci auguriamo che le energie convogliate da Grillo trovino altri sbocchi, cosa difficile ma non impossibile), il riassuntino frequente dell’articolo è stato: «Questo signor Ming dice che i milioni di persone che hanno votato M5S sono decerebrati ed è solo colpa loro se in Italia non ci sono movimenti!»

Anche questo è riconducibile al frame di destra: se viene espressa una critica al M5S che distingue (la base dal vertice, gli elettori dal capo politico, una causa dalle altre, una motivazione per il voto dall’altra, una destra da una sinistra), va subito «schiacciata» (nel senso di schiacciare una prospettiva, in modo da ammucchiare i diversi elementi di un’inquadratura) affinché tali distinzioni scompaiano, perché il Popolo è indiviso, non ha classi ed è animato da un’unica volontà di cambiamento etc. etc.

6. Ma davvero, noi chi cazzo siamo?

La cosa più interessante da analizzare è il fatto stesso che questi commenti vengano scritti.

Nemmeno adesso che hanno stravinto e dovrebbero sentirsi fortissimi i troll/propagandisti tollerano la minima critica. Perché?

In fondo, se sul M5S avremo torto, a smentirci saranno i fatti e faremo una figura di merda. Inoltre, noi siamo irrilevanti. Che minaccia possono mai costituire, di fronte a una potenza mediatico-politica da nove milioni di voti, le parole di quattro scrittori precari, mezzi ammazzati dalla crisi (e che a dire il vero, anche quando le cose andavano benino, non contavano nulla perchè in Italia non si legge e la letteratura non conta nulla)?
Per giunta, quattro scrittori che vengono da un mondo, quello dei movimenti radicali e delle controculture, che in Italia tutti dichiarano morto e sepolto?
Che danno possiamo mai arrecare, dalla nostra “Zattera della Medusa”, alla corazzata di Grillo?

Come mai, anche il giorno dopo la festa, tutto quest’astio, questa voglia di accerchiamento, questi attacchi a «intellettuali» che, a detta degli stessi che li attaccano, «non spostano un cazzo» (cosa tristemente vera)?

Viene da pensare che simili reazioni servano soprattutto a placare un’ansia, a rassicurare se stessi e la tribù. Forse dietro il successo del M5S c’è più incertezza e debolezza di quella che traspare, e anche un intervento estemporaneo da una posizione marginale può gettarci sopra un piccolo fascio di luce, che va subito offuscato alzando un polverone.

Insomma, sicuramente «noi siamo gli ultimi di un mondo», ma forse quel mondo tormenta la cattiva coscienza di qualcuno e… va ucciso anche da morto.

7. You can’t have it both ways, comrades

Che significa, nel concreto, «tifare rivolta» dentro il M5S?
Significa dire: smettete di fingervi un monolite, riconoscete che dentro il «moVimento» ci sono contraddizioni, tensioni divergenti, anche interessi contrapposti.
Ad esempio, smettetela di mettere sotto il tappeto la polvere delle espulsioni avvenute in giro per l’Italia, i casi sono troppo numerosi perché la colpa fosse sempre degli espulsi.

E’ inevitabile che vi siano contraddizioni nel M5S, vista l’estrema contraddittorietà del discorso e del programma: liberismo e «beni comuni», «meritocrazia» e «reddito di cittadinanza», pulsioni libertarie e pulsioni forcaiole, afflato universalistico e invettive contro i migranti che insidiano le nostre donne (si veda l’infame comunicato del M5S di Pontedera) o i romeni che «sconsacrano i confini della patria» (questo è Grillo in persona, o chi gli scrive i post), democrazia «liquida» e uso verticale della rete, retorica dell’apertura e controllo rigido del trademark, un «capo politico» che non è stato eletto ma è presidente de facto di entrambi i gruppi parlamentari… Su qualunque punto nevralgico si posi il dito, si tocca una contraddizione destinata ad acuirsi, perché una contraddizione può essere rimossa per qualche tempo ma non per sempre.

Quale delle due strade imboccherà il M5S dopo il suo boom nazionale, che inevitabilmente porta a maggiori responsabilità anche nelle città, sui territori?

Se prevarrà l’impostazione liberista e «anarco-capitalista» (richiesta di abolire tout court i sindacati, tagli per espellere dalla macchina dello stato i «parassiti», privatizzazioni etc.), di fatto il M5S si inserirà senza troppi scossoni nel solco dell’austerity. Sta già applicando l’austerity nelle amministrazioni locali che governa, in primis a Parma. Senz’altro, questo decorso se lo auspicano quei settori di Confindustria che negli ultimi tempi hanno pronunciato mezzi endorsement o comunque rivolto sorrisi al moVimento.

Del resto, i precedenti storici parlano di altri programmi che contenevano tutto e il contrario di tutto. Chi li sventolava si è sempre piegato, presto o tardi, alla difesa dell’esistente. Di programmi così – si veda quello di San Sepolcro del primo fascismo, 1919 – in poco tempo resta solo la retorica, mentre la sostanza dei punti più «sovversivi» viene sacrificata.
[Una precisazione per gli stupidi, visto che sul web si sono lette concioni scandalizzate: il programma di San Sepolcro non lo abbiamo citato per dire che il M5S è una riproposizione tale e quale del fascismo storico, ma come esempio di programma «né-né», dove-prendo-prendo e passepartout.]

Se invece prevarranno le rivendicazioni più «sociali» e «di sinistra»,  lo scenario è meno prevedibile. Quel che è certo è che le contraddizioni si acuiranno. Finora, Grillo è stato il garante simbolico e Casaleggio l’amministratore reale della compresenza di questo e di quello. Ora che si tratta di scegliere, per quanto tempo ancora riusciranno a esercitare quei ruoli?

Agli attivisti del M5S, anche ai compagni che si sono riposizionati nel M5S, noi diciamo questo: o si sceglie l’anarcocapitalismo (tendenza che per sua natura porta a chiedere la privatizzazione di tutto e la distruzione del welfare) o si sceglie la difesa dei beni comuni, il reddito garantito etc. Tertium non datur.
Qualunque tentativo di tenere insieme le due cose è destinato a naufragare. Non basta dirsi «non più di sinistra» o «né di destra né di sinistra» per occultare le faglie che, anche non viste, continuano a produrre movimenti tellurici nel fondo della società. Non è gettando nella spazzatura il sismografo (presuntamente) obsoleto che si evitano i terremoti.

Per fare un esempio, cosa ne pensano i grillini del cancro della «sussidiarietà» che sui territori, pur conservando un’apparenza di «pubblico», sta di fatto divorando e privatizzando tutti i servizi sociali?
Dovrete scegliere. A imporvelo saranno le lotte stesse a cui state prendendo parte, a cominciare dai referendum contro i finanziamenti pubblici alle scuole private. Bologna sarà, almeno a rigore di calendario, uno dei primi campi di battaglia (si veda qui e qui). E’ bello che vi dichiariate per la difesa della scuola pubblica. E’ un vero peccato, però, che tale difesa faccia a pugni con lo spirito liberista che plasma molti altri punti del vostro programma. Chissà se questo è un primo nodo che presto verrà al pettine. In ogni caso, noi tifiamo rivolta, e voi?

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